scene da un condominio

Per la signora del primo piano ogni giorno è uno strazio. Ritirare le lenzuola che ha steso in terrazza. Controllare la cassetta della posta. Cercare le chiavi nel grembiule per aprire il portone. Tutte le azioni quotidiane che compongono la sua vita di settantenne in buona salute le pesano addosso come un macigno.

L’altro giorno l’ho incontrata mentre scendevo le scale. Scendo a piedi perché dell’ascensore non mi fido. Come tutti gli oggetti sfruttati dall’uomo per fare meno fatica (l’automobile, l’aspirapolvere e tutti gli elettrodomestici uniti – la tv no, perché è lei che sfrutta noi) ogni tanto si ribella.
Decide che basta, non ne può più e dichiara sciopero contro i centotrenta chili della signora del quarto piano, contro il pastore tedesco che non sempre riesce a trattenerla tutto il giorno, contro il ragazzetto che infierisce sulla pulsantiera e contro il pendolare e la sua MS delle cinque del mattino. Tutto il suo metro quadrato si indigna. Tutti i suoi cavi si irrigidiscono e bloccano le zavorre tra piano e piano, lasciandoci alla mercè dei nostri quadricipiti.
Quando l’ascensore del mio palazzo si ribella, la signora del primo piano è ancora più amareggiata. La incontri per le scale che è livida di rabbia. Piena di bile contro gli ingranaggi, rancorosa pure verso il colore delle porte di metallo e infuriata con il pulsante rosso che indica il disservizio. Fissa la lucetta imbufalita, lo preme a ritmo convulso, poi si arrende all’artrosi reumatoide, mette a riposo l’indice e riprende a guardare il pulsante, ancora più statica di lui. Fanno a gara di fissità, lei e il pulsante. Non ti decidi a diventare verde? E io ti fisso finché non cambi colore.
Quando la figlia la richiama dentro, lei non risponde. Quando la figlia la strattona dentro, lei rientra, ma non prima di aver gridato nella tromba delle scale che ‘ste case sono maledette.
La sua voce roca si infila sotto la mia porta e mi raggiunge mentre mi beo del mio salone. Mi guardo intorno e socchiudo gli occhi, sperimentando il più altro grado di disaccordo della mia vita

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