la lezione di darwin

strisce pedonaliE mentre non so decidermi ad attraversare la strada, lo so, mi investiranno. Non dica di no, stare ferma sulle strisce non è una garanzia. Le zebre non possono proteggermi oltre, non possono farsi carico delle mie tare. Ci credevo proprio, lo sa? Che un giorno sarebbe scattato il verde e avrei seguito l’omino del semaforo dall’altra parte della strada. Avrei messo un piede davanti all’altro, in una marcia solenne e decisa, e sarei passata all’azione, superando per sempre la fase contemplativa. Quello stupido omino ci riesce ogni pochi secondi. E io sono ancora qui, ad aspettare.
Adesso lei dirà che non dovrei cullarmi nelle metafore ma passare oltre. La mia maestra adorava le mie metafore. Lo sa, sono stata un’alunna veramente brillante, la migliore. A scuola credevano che avrei fatto grandi cose. Lo credevano tutti, persino io.
Comunque lo so cosa è stato. Mi ha fregato la storia delle potenzialità. Anni e anni di gente che ti dice quanto sei brava, quanto sei intelligente e quante cose potresti fare. E tutte queste immagini che si radicano nella tua testa, irreali e bellissime, troppo vaghe per essere delle aspirazioni, troppo numerose per essere dei talenti. L’arredatrice d’interni, la giornalista d’assalto, l’artigiana del riciclo, la danzatrice del ventre, la deputata impegnata, persino l’omeopata. Ci può credere? Ho passato anni a concimare queste fantasie. Fogliolina per fogliolina. Lucidavo, facevo innesti, studiavo le stagioni. E quelle crescevano. Poi, mi dicevo, saprò scegliere. Poi, mi credevo, saprò abbandonare le strade cieche. Apparirà la verità e con essa la volontà e la responsabilità delle azioni.
Beh, la verità è apparsa. Ed è che ho due lauree, un master, cinque corsi di formazione e non ho ancora fatto la mia fottuta scelta. Temporeggio, neanche avessi vent’anni. Ho vinto quei concorsi, ma non mi sono presentata. Ho ottenuto numeri di telefono importanti, gente che contava, ma non ho chiamato. Poi, quando hanno chiamato loro, sono stata a guardare il telefono che vibrava sulla scrivania. Camminava tra i fogli, senza una direzione. Se rispondo, pensavo, mi chiuderò tutte le porte ancora aperte. Se rispondo, tutte le potenzialità decadranno all’istante e io non sono ancora pronta a vederle svanire.
S’immagini una grande stazione con decine di treni pronti per la partenza. Riesce a vedermi? Sono lì che passeggio tra le banchine, le mani in tasca, gli occhi ai cartelloni e alle loro promesse di destinazione. Clang Clang – come è robusto questo vagone, potrebbe portarmi lontano. Ma ancora no, un altro poco. Guarda, c’è un altro treno. E questo dove mi porterebbe? E quest’altro? Meglio tenerli tutti qui, tutti insieme, fermi, così potrò scegliere il migliore un giorno.
Ha mai conosciuto una vanità più grande? Una stupidità più organizzata? Più resistente?
Tra un mese compirò trentotto anni. No, la prego, non mi dica che sono ancora giovane. Non lo ero allora, si figuri oggi. La giovinezza è vitalità, azione, attraversamenti pericolosi con il semaforo rosso. Lei mi vede, no? Io vivo sulle zebre.
E comunque non è questa la delusione, d’essere giovane non m’importa più. L’amarezza, lo spreco vero, è realizzare che sono lontana pure dall’essere adulta. Piccola senza essere giovane. Vecchia senza essere grande. In questo romanzo di formazione che è la vita, il mio eroe non sa concludere il suo viaggio. Ha superato qualche prova, ma ha mancato la scena  madre. Si trova così, incompiuto, il puro di cuore che avrebbe potuto sconfiggere il drago, se avesse perseguito.

Nessuno leggerà questa storia. Il tempo è finito. Sento il ticchettio dell’orologio. Lei scuote la testa, ma ora, vede, è veramente troppo tardi. È giusto che mi travolgano, è una cosa darwiniana. Che muoiano gli inadatti alla vita. Che periscano con le loro inadeguatezze, mentre ancora aspettano d’essere pronti.

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