bernardo mon amour

Lunedì scorso ho ascoltato bernardo bertolucci su rai tre, a che tempo che fa. Un portento. Un esempio. Una fonte di sospiri che non vi dico. Forse è per questo che il presente post da una settimana attende di essere concluso sul mio desktop, incapace io di cucire insieme i tanti spunti di riflessione che m’ha donato. Se ve lo siete perso, vi consiglio proprio di guardarvelo subito, qui sotto. Se non ve lo siete perso, sapete a cosa mi riferisco quando dico che quest’uomo ha una dignità, una passione e una vitalità che impressionano ed emozionano insieme, anche grazie alla generosità con cui si racconta.

Ad esempio c’è questa cosa della rosa bianca. Di suo padre poeta e di lui bambino che quelle poesie sono le prime cose che legge, così, in casa. Provate intanto a focalizzare questa immagine. Vostro padre scrive poesie. Non affetta salumi. Non vende polizze assicurative. Non assembla motori. Ma scrive poesie. Significa che voi siete piccoli e lo vedete in casa che guarda alla finestra e poi si appunta delle frasi su un quadernino. Poi vi sorride – poco perché i poeti sono tristi – e poi torna alle sudate carte. Non è una cosa da poco, credo. Ti dà un senso di legittimazione, credo. Ti fa sentire autorizzato a vivere d’arte, come fosse una cosa normale. Un mestiere come un altro, non una scelta folle né una posa cialtrona. Intanto vai ad aprire la porta, che c’è Pierpaolo Pasolini. Intanto accogli nel tuo salotto il più grande intellettuale italiano del novecento e siediti con lui, tu, bernardo adolescente.

E comunque bernardo legge questa poesia su una rosa bianca scritta da suo padre e questa rosa bianca è sua madre e questa rosa bianca sta giusto in giardino, in un gioco di prossimità che dalla poesia si specchia nella realtà che nutre la poesia che si rimescola con la realtà. Lo capisce da ragazzino che vita e arte sono la stessa cosa. Che una si nutre dell’altra e che la quotidianità è fatta di piccoli momenti divini. Anche questa non è una verità da poco e bernardo è capace di farne tesoro. Di farne quello sguardo lì. Quello che ha ancora oggi, che brilla ancora a settant’anni, sulla ‘sedia elettrica’ come lui la chiama. Non tutti sono capaci. Di avere delle grandi occasioni e di non gettarle via. Di fare di un’infanzia fortunata una vita piena. Di riconoscere e coltivare il proprio talento con tanta energia, conservando l’entusiasmo di un ragazzo.

Questo sguardo giovane non sfugge a nessuno, figuratevi agli autori di fazio, che a un certo punto gli chiede proprio di quest’affinità elettiva, tra bernardo e l’adolescenza. È un feeling naturale, un agio spontaneo e reciproco. Perché lui è ancora uno di loro, uno che guarda all’età adulta con sospetto. Perché in quel momento della vita tutto è possibile. Tutto può ancora avvenire. Come negli anni sessanta e settanta, aggiungo io. Quando c’era tutto da abbattere, da trasgredire, da riformare, conferma lui.

Il mio livello di condivisione è al suo massimo storico. Peccato non possa vedermi mentre mi agito sul mio divano giallo. Che grandi verità, bernardo, mi regali questa sera. Sì, lo so, sto mitizzando. Tendo a farlo con alcune persone. E alcune epoche anche. Il fatto è che penso sia importante – e sacrosanto anche – continuare a guardare in alto.

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