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lisa, smettila

Se lo sai, è bene che tu lo dica. Te lo dico con franchezza, senza volerti minacciare, anche se certo l’intenzione in primo luogo era questa – metterti alle strette, usando anche la violenza se necessario – ma adesso ho cambiato idea. Proviamo a ragionare, arriviamoci insieme, con le nostre teste di donna. Sei troppo intelligente per non voler capire, per volerti sottrarre a questo confronto. Dal momento che guardi dietro le mie spalle, che lo fai in modo così ostinato e persistente, senza distogliere quegli occhi strani dal mio futuro, potresti pure dirmi cosa vedi. Che se uno si trova a custodire un segreto, di qualsiasi pasta esso sia, prima o poi ne soffrirà. E ti avverto che se ti ostini a tacere sarà peggio anche per te. Quindi adesso, mia bella signora misteriosa, me lo dirai. Se vuoi puoi tirare un lungo sospiro prima, allentare quel tuo corsetto, liberarti di quella stola posticcia. Fai pure. Mettiti comoda prima della rivelazione. Hai tutto il tempo.

Bene, vedo che collabori – hai paura? hai forse visto cos’ho nella tasca? – mi sembra di cogliere un segnale. Stai guardando alla mia destra, a est. È dunque da lì che arriveranno le novità? Intendi proprio dall’Oriente o dal lato destro della città? Dalla parte destra della famiglia o dall’ufficio a destra nel corridoio? Da dove precisamente? Sii più precisa, rivelati a me, che t’aspetto tanto. Sei tanto testarda Lisa e anche un poco crudele. Ti sembra forse un gioco questo? Ti sembra che io mi stia divertendo? Me lo dicevano che dietro quel tuo sorriso non c’era calore, che eri tale e quale a una pietra, a un ciocco di legno, ma io non ci credevo. No, scusa, non volevo offenderti, cerca di comprendere. Facciamo una cosa: lo farò io prima di te. Forse hai solo bisogno di essere rassicurata, di sapere che di me ti puoi fidare. In fondo tu non sai io chi sono, non conosci la mia storia. Potrei essere uno dei tanti che arriva qui a stordirti di flash, ad affibbiarti definizioni consumate, a ridacchiare delle tue proporzioni. Dunque farò il primo passo, farò qualcosa per te: ti dirò cosa c’è dietro le tue spalle. Ti rivelerò tutto quello che non sai ancora, quello che nessuno si è mai preso la briga di dirti, così che quando finalmente ti volterai non avrai brutte sorprese. Sarai pronta, consapevole.

Lisa, mi rammarica tanto dirtelo ma dietro di te c’è un mondo vuoto. Non si scorge anima viva, nessun villaggio, nessuna attività tra le campagne. Nessuno ti aspetta. Non c’è neanche una casa, né un gruppo di popolani cui unirti davanti al fuoco. Non vedo coltivazioni, non vedo greggi. Avventurandoti senza conoscenza, non sopravvivresti. È così, non voglio mentirti. Tuttavia per onestà, perché io sono una persona pulita, ti dico anche che una parte di questo panorama mi è preclusa. Una parte del paesaggio non la posso vedere, né raccontare. È la porzione di futuro che occupi tu, con il tuo corpo. Con la tua faccia, con le tue intenzioni insondabili. È l’incognita rappresentata dalla tua reazione, dalla tua capacità di adattamento, da quello che riuscirai a combinare a caldo. Che io non posso prevedere. Ma sapere cosa ti aspetta ti aiuta, no? Non ti ha forse confortato questa mia anticipazione? Non ti ha donato preziosi spunti di saggezza, rendendoti più preparata ad affrontare la realtà di domani? Non senti già da ora la tua forza d’animo rinvigorita? C’è una lunga discesa, hai le scarpe adatte? C’è tanto bosco, hai con te un bastone? Da tutti quegli alberi potrebbero saltare fuori bestie che non conosci, contro le quali è una fortuna potersi trovare già armati. Non puoi negare che io ti stia offrendo un inestimabile vantaggio sul tempo. Non puoi negare che questo tuo futuro, che sono sicura nessuno ti ha mai raccontato prima, sia meno spaventoso, meno selvaggio, ora che io te ne ho anticipato la forma e l’atmosfera.

Dovresti ringraziarmi.  Dovresti proprio. E invece sei chiusa in un silenzio ancora più caparbio. Ancora più fiera, ancora più omertosa. Ancora più lontana dall’umano sentimento della solidarietà. Tu non provi niente, vero? Niente appanna la tua espressione. Mi sembri un quadro, Lisa, così immobile nelle tue posizioni, così priva di profondità. Un capolavoro di ostinazione e ambiguità, che adesso squarcerò con questo punteruolo.

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scene da un condominio

Per la signora del primo piano ogni giorno è uno strazio. Ritirare le lenzuola che ha steso in terrazza. Controllare la cassetta della posta. Cercare le chiavi nel grembiule per aprire il portone. Tutte le azioni quotidiane che compongono la sua vita di settantenne in buona salute le pesano addosso come un macigno. L’altro giorno l’ho incontrata mentre scendevo le scale. Scendo a piedi perché dell’ascensore non mi fido. Come tutti gli oggetti sfruttati dall’uomo per fare meno fatica (l’automobile, l’aspirapolvere e tutti gli elettrodomestici uniti – la tv no, perché è lei che sfrutta noi) ogni tanto si ribella. Decide che basta, non ne può più e dichiara sciopero contro i centotrenta chili della signora del quarto piano, contro il pastore tedesco che non sempre riesce a trattenerla tutto il giorno, contro il ragazzetto che infierisce sulla pulsantiera e contro il pendolare e la sua MS delle cinque del mattino. Tutto il suo metro quadrato si indigna. Tutti i suoi cavi si irrigidiscono e bloccano le zavorre tra piano e piano, lasciandoci alla mercè dei nostri quadricipiti. Quando l’ascensore del mio palazzo si ribella, la signora del primo piano è ancora più amareggiata. La incontri per le scale che è livida di rabbia. Piena di bile contro gli ingranaggi, rancorosa pure verso il colore delle porte di metallo e infuriata con il pulsante rosso che indica il disservizio. Fissa la lucetta imbufalita, lo preme a ritmo convulso, poi si arrende all’artrosi reumatoide, mette a riposo l’indice e riprende a guardare il pulsante, ancora più statica di lui. Fanno a gara di fissità, lei e il pulsante. Non ti decidi a diventare verde? E io ti fisso finché non cambi colore. Quando la figlia la richiama dentro, lei non risponde. Quando la figlia la strattona dentro, lei rientra, ma non prima di aver gridato nella tromba delle scale che ‘ste case sono maledette. La sua voce roca si infila sotto la mia porta e mi raggiunge mentre mi beo del mio salone. Mi guardo intorno e socchiudo gli occhi, sperimentando il più altro grado di disaccordo della mia vita.