la strada della mia infanzia è un cortile

Quando il videoregistratore lo afferma, sono le quattro. E io scendo di sotto, se è estate. Prendo le scale, saltando a talloni uniti gli ultimi tre scalini e mi proietto fuori con tanta energia che un giorno provo ad attraversare in volo il portone chiuso, ma frantumo solo il vetro con la faccia. Tutto per scodinzolare fuori, sul marmo dell’ingresso, a rinfrescare le cosce sotto i pantaloncini di cotone. Per mettermi a testa in giù contro il muro, con le gambe dritte al soffitto e i capelli che pendono sul pavimento e aspettare che altre gambe si sovrappongano a comporre un fiore sulla parete, fatto di noi bambine.

Da quando una di noi si è rotta il ginocchio cadendo sulle grate – tanto sangue sul suo pagliaccetto – siamo tutte un po’ più caute. E su queste griglie di ferro cerchiamo di non camminarci tanto. Anche perché sotto, nella stretta intercapedine lungo il perimetro del garage – un tunnel buio e tempestoso – ci stanno i maschi, con la testa in sù a guardare sotto le gonne di chi cammina sopra, sulle grate. Che orrore. Che intollerabile sopruso.
In ogni caso, dalla A alla B mi sento al sicuro. Ma se la C è una terra di mezzo, la scala D è la fine del mondo civilizzato. Anche il muretto lì è diverso dalle altre scale – più basso, più corto – segno evidente che non bisogna trattenersi da quelle parti. E poi lì ci sono sempre loro: questa massa di materia pulsante che si muove velocemente, parla a voce alta e gioca tutto il tempo con tutto quello che gli capita a tiro, arredi condominiali compresi. Mentre noi stendiamo i nostri piccoli petali al sole, intonando le nostre corolle all’erba del giardino, loro arrivano come giovani cani appena sciolti e invadono le aiuole, si annusano il sedere, aggrediscono le staccionate, esercitandosi al ringhio e all’uggiolio.
Quando scatta il nascondino maschi-femmine spero non tocchi proprio a me contare fino a venti. Succede. Allora sono Kelly di Occhi di Gatto e mi muovo invisibile tra le macchine e i pilastri del parcheggio. Non respiro perché farei troppo rumore. Nessuna Superga che spunta dietro ruote di Panda può sfuggirmi. Nessuna coda di cavallo. Devo solo cercare di correre più veloce, che quelli sono saette. Ora tocca a me nascondermi. Mi acquatto tra le piante spinose del giardino, dove nessuno cerca. Segretamente, accarezzo l’impresa eroica della tana libera tutti. Sarò la paladina dei perseguitati. La vendicatrice dei giusti. E da domani niente più sarà come prima.
Margherita resterà a casa. Tanto quando la porto si annoia. Finisce seduta malamente su una staccionata, col vestito a pois alzato e i capelli di lana stropicciati, tradita da un color color o da un lupo mangiafrutta. Senza contare che la espongo a un rischio. Potrebbe essere lanciata nel giardino del palazzo accanto. O essere tenuta per la testa sopra una pozzanghera fangosa, da uno qualsiasi di loro. Così, per divertimento.
Non sono cattivi, sono solo maschi piccoli. Sono meno maturi, dice mia madre. E aggiunge più piano che sarà così per sempre.
Certi dopopranzo di luglio, quando le cicale fanno dell’estate una cosa triste, ciondolo sul balcone guardando di sotto. Il cortile è vuoto e silenzioso. Ancora un poco e il videoregistratore me lo dirà, che sono le quattro e la vita ricomincia.

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