bla bla bla

are you sure?

In macchina all’estero, da sola. No, non ho paura. Si, mi ricordo la strada per tornare all’hotel. No, non è un problema. Sì, faccio presto. Voi state pure qui che io esco a prendere un po’ d’aria. E invece poi la strada non la ritrovo. Non riesco a ricordare dove ho lasciato la macchina. Era un parcheggio grande, di quelli a pagamento. Credevo di aver svoltato a destra ma no. Sarà più avanti. Possibile che sia andata così lontano? Era un multipiano, come me. Tanti spazi, tanti livelli.

Va bene, chiedo. Chiedo informazioni al primo che passa. E passa lui. Bellissimo, di una giovinezza commovente, quasi dolorosa, imparagonabile a nient’altro che a sé stessa. Excuse me, i’m looking for a big parking. It must be nearby…

Mi sorride. È luminoso. Non fuma. I suoi denti sono bianco latte, brillanti e regolari. Oh yes, it’s there. Ma poi non è sicuro, muove i suoi occhi chiari sull’orizzonte ma non ricorda. Fa qualche passo, mi dice Please, wait a moment here. Aspetto, tanto che può succedere? Sento caldo, è l’estate più rovente del secolo per questa città. Aspettavano me. Mi siedo su una panchina di ferro, le cosce scottano contro il metallo bollente. Le sollevo d’istinto in un riflesso protettivo. Un riflesso protettivo. Lui si è allontanato ma la sua sagoma è sempre qui davanti agli occhi.

È magro, dev’essere uno sportivo, anche se non ha il classico corpo dell’atleta. Dalla t-shirt si intuisce un dorso asciutto, leggero. Ha i capelli corti, di un biondo strano, che ho già visto in questa città. Torna. Sorride e dice che Sorry, i couldn’t find it. Non fa niente ragazzo, lascia perdere. Chiederò a qualcun altro. A quella signora lì per esempio, laggiù con la spesa. Sto per dirlo. Lui si acciglia, contrae le sopracciglia chiare, piccole rughe glabellari si formano e si distendono immediatamente, appena dice che mi accompagnerà lui. Come with me. E mi tocca lievemente una spalla come a rassicurarmi, a invitarmi, a conturbarmi.

Camminiamo, osservo la sua nuca, il modo pittorico in cui il sole dipinge un fugace riflesso ramato tra i suoi capelli. Devono essere morbidi. Ogni tanto si ferma e si guarda intorno. Io dietro, radiocomandata. Ogni tanto lui si volta e mi mostra i suoi incisivi perfetti, io lo seguo fissandogli le spalle magre nella t-shirt azzurra, la schiena diritta che termina nelle tasche dei pantaloni corti. Camminiamo dieci minuti – o dieci ore – e non c’è traccia del mio parcheggio. Non riconosco nulla, non ho più punti di riferimento. Non avevo una borsa con me? Non avevo comprato qualcosa? Per quale ragione sono uscita allora? Le chiavi della macchina ce le ho, non le ho perse. What? No, there wasn’t a fountain. O forse c’era? Si ferma a bere a una fontanella, si china. I pantaloncini si sollevano a scoprire i quadricipiti asciutti. Guardo altrove, un bancomat, una lavanderia a gettoni, un cane che fa la pipì. Mi sorride di nuovo. Fa caldo. Aren’t you thirsty? Certo che sono assetata. Non sai quanto. Bevo, i miei sandali scamosciati si punteggiano di gocce scure. Lui si asciuga la bocca con il dorso della mano. Adesso gli dico di lasciar perdere, prendo un taxi e torno a casa. Userò il satellitare, recupererò l’auto con le coordinate e basta.

Mi guarda, non dice nulla. Forse sa che non possiamo. Forse non ha nulla da dire. Da uno zaino tira fuori una mela. Rossa. Me la porge. Cos’è, un episodio della genesi? No, grazie. Per carità. Così la addenta lui, do you mind if we stop for a while? It’s so hot. No, non mi dispiace. Basta che è solo un poco. Ci poggiamo con le schiene contro un albero, sotto le sue fronde lussureggianti c’è l’unica ombra della strada. Poco più avanti ci sarebbe un lounge bar ma restiamo lì. La luce filtra attraverso le foglie. Mi viene in mente un quadro di Renoir, che ho visto con M. a Parigi. La mela dev’essere succosa. Fresca e succosa. Deve sapere di buono e d’estate. E di questa città che nasconde i parcheggi a pagamento tra i palazzi. Da dove vengo? Da lontano, da prima, da altrove. Ciao. Devo andare. Devo proprio andare. E sono tutte così belle le donne che vengono da lì? Donne. Ha detto donne. Non ragazze. Donne. È differente women da girls. Mi spolvero il tailleur e basta. Cosa devo dire? La mela è finita. Torna alla fontanella a bagnarsi il viso. Minuscole perle di sole scintillano sul suo mento, sulle labbra. Andiamo. Dove? Ancora? Lo seguo.

Pochi metri e svolta a destra. L’ho già visto quel ristorante con i tavoli all’aperto? Look! Mi indica un grande cartellone che ci avvisa che tra 500 metri c’è un parcheggio, il mio parcheggio. Sorride. Ancora quegli incisivi di diamante. Si aspetta qualcosa da me. Grazie, gli dico. Thank you so much. Adesso vai. Per favore. Le vedi le chiavi qui, che tintinnano? Lo vedi il portachiavi a forma di cuore? Lo vedi? Ma no, mi dà una pacca sulla spalla. Troppo forte, se ne accorge subito. Allora ci aggiunge una carezza lieve, sempre sulla spalla ma più verso il collo, sulla pelle nuda. Camminiamo ancora, il marciapiede è largo e ombreggiato. Il cubo grigio del parcheggio è vicino, posso già riconoscere le sbarre gialle che si sollevano e si abbassano. Dove andrò adesso? Me lo chiede quando manca ormai pochissimo all’ingresso. La biglietteria automatica per i pagamenti è giusto a pochi passi. Home. I’ll go home. Oh. Tace un poco. Chiude gli occhi. Li riapre addosso a me. Are you sure?

Mi viene da ridere. E da piangere. Ciao, lo saluto con la mano. Vado via velocemente. Poi mi volto, gli dico thank you con le labbra. Lui resta fermo a guardarmi mentre mi avvicino alla biglietteria automatica. Si poggia alla parete di mattoni rossa. Dev’essere rovente. Il suo piede è abbronzato. Si infila le mani in tasca. 29 corone e settanta. No, non la voglio la ricevuta. Dammi solo quel fottuto bigliettino per allontanarmi da qui. Dal vetro del box lo vedo ancora. Sta fermo e guarda verso il garage. Verso di me. La macchina sta al secondo livello, questo me lo ricordo. Area B1, subito accanto all’ascensore. È fresca, ma io no. È pulita, ma io no. Mi aggrappo al sedile del passeggero mentre mi volto per fare retromarcia. Il seggiolino di L. e dentro Ondina, il suo pesciolino fuxia.

Pochi secondi e sono fuori. La radio è altissima. Non sento niente mentre scendo la rampa a chiocciola. Mi gira la testa. Il caldo, certo. Esco da dove sono entrata e lui è ancora lì. Mi saluta con la mano. È di fronte a me, sul ciglio del marciapiede, e le sue labbra mi dedicano parole che non saprò mai.

bla bla bla

she’s leaving home, bye bye.

Eravamo in macchina, fermi vicino al mare. Era una notte leggera, di pizze napoletane e birre fredde e racconti. Raccontavamo le curve lavanda dell’ultimo viaggio, i canyon verdoni che avevamo appena attraversato, i formaggi che avevamo mangiato con le mani. Con loro. Sempre con loro in macchina. E anche dopo, quando la radio non c’era ma c’eravamo noi stonati sulla spiaggia. Sempre con loro. Eravamo in piena sfolgorante incontenibile beatlesmania. Quello che ora è un amore profondo, un piacere che affonda dentro, era allora una gioiosa infatuazione. Una sensazione di ebbrezza e di rivelazione, della serie come ho fatto fino ad oggi a vivere senza di voi e come mai nessuno, dico nessuno, mi ha mai detto quanto eravate grandi. Quindi eravamo lì, finestrini abbassati e musica alta e credo di poter giurare che avevamo anche gli occhi socchiusi quando successe che io, inaspettatamente, la vidi.

Scendeva le scale stringendo un fazzoletto. Tutta tesa a poggiare solo la punta delle scarpe da ginnastica sulla moquette consumata. Niente talloni che fanno rumore. Niente talloni, che questa non è una discesa qualunque. Mentre scendeva lieve, le foto di famiglia alla parete la osservavano. La bambina che spegneva 5 candeline la guardava attonita. Suo padre stava per lasciare andare la grossa carpa che teneva per la coda e afferrare lei per il gomito. Sua madre sollevava il velo da sposa confusa da quello che stava osando la sua bambina. Lei si voltò dall’altra parte, sottrasse il volto ai volti, e rapidamente scese in cucina.

La lettera l’aveva lasciata sul letto disfatto. Io la vedevo. L’aveva scritta con un pennarello blu, di quelli indelebili. Le macchie blu sulle sue dita gliel’avrebbero ricordata per giorni. Un baleno d’infanzia: seconda elementare, i suoi disegni troppo saturi e gli sbuffetti di pennarello che le coloravano le mani fino ai polsi. Le parole giuste le aveva cercate sul diario per settimane. Sono troppo giovane per restare./ Ci sono cose che i vostri soldi non possono comprare. / Ciao, vado a vivere. Lori le aveva sbirciate al di sopra della sua spalla e aveva scosso la testa, con la solita aria di sufficienza. Non ci credeva, era chiaro. Nessuno c’avrebbe creduto. Quasi quasi non ci credeva neanche lei. Però era un mercoledì mattina alle cinque e lei lo stava facendo. È vero, le avevano dato la maggior parte della loro vita. Ma solo perché non avevano altro. È vero, li stava trattando senza alcun riguardo, ma non si può vivere pensando sempre agli altri. Suo padre russava. Lei stava lasciando casa e suo padre russava. Lo prese come una conferma, la riprova che ne aveva diritto, che niente era più legittimo di quello che stava facendo.

Aveva preso il suo zaino più grosso e l’aveva riempito fino a forzare la zip. Io l’avevo vista. Voleva che pesasse, che le segnasse le spalle come segnava il suo destino. Voleva che fosse faticoso e quindi ancora più eroico, spingersi in strada di notte, lasciare la sua casa, quel giorno. Non era lontana, in fondo, la statale. Una giornata di cammino e l’avrebbe raggiunta. Lì sarebbe saltata sul furgone di lui, fino al confine dello stato. Poi, sarebbe andata avanti da sola.

In cucina, il grosso zaino si appigliava alle cose. Mentre frugava del pane in cassetta, quello spazzava il bancone, sradicava i barattoli dal loro letto di radici nel marmo. Quello dello zucchero, in scivolata, era finito in area sale grosso. D’istinto, fece per riposizionarli al solito posto. E d’istinto ancora, prese a invertirli tutti. Lo zucchero al posto del sale grosso. Il caffè al posto del sale fino. Il riso al posto del pianto. E mentre li spostava, li scoperchiava per vedere in faccia le carte che scompigliava, l’ordine opaco che destabilizzava.

La maniglia della porta sul retro scivolò leggera quando la toccò, la sfiorò appena e quella si arrese subito, morbida. Fuori l’aria pungeva di freddo e di adrenalina. Era fiera, la notte, di trovarla lì. Io la vedevo. La salutava con un inchino, la tirava per la sciarpa, con dita di bruma. Vieni fuori, baby. Dai, che ci divertiamo. Il grosso zaino s’impigliò un’ultima volta alla maniglia. Quella che prima le aveva reso tutto facile, senza opporre il minimo cigolio al suo abbassare, ora sembrava trattenerla o almeno ci provava. Lei si fermò, l’orecchio all’interno e il cuore già fuori, scagliato nella notte e nell’avventura. Qualche secondo ancora di sospensione, di cuore tra i denti, di sedici anni purissimi e poi, finalmente, con uno scatto di reni, si districò. Non camminò sul vialetto ma sull’erba umida. Eppure sentiva il rumore dei suoi passi sulla ghiaia del vialetto, inconfondibile. Era dentro l’istante perfetto, nel più giovane capitolo della sua esistenza e si vedeva da fuori, al rallentatore, inquadrata dal basso.

Credeva che da un momento all’altro l’avrebbero riportata indietro, credeva che la porta si sarebbe spalancata di colpo e che un faro di luce si sarebbe acceso su di lei, intercettandola nella sua scena migliore, quella della fuga. Credeva che a un certo punto l’orizzonte si sarebbe contratto sui suoi passi, togliendo prospettiva al suo cammino. Ma non successe. Arrivò alla fine dell’isolato e poi ancora alla fine di quello successivo. Venerdì mattina alle nove era già lontana. Io la vedevo ed era bellissima.

avventure, bla bla bla

la strada della mia infanzia è un cortile

Quando il videoregistratore lo afferma, sono le quattro. E io scendo di sotto, se è estate. Prendo le scale, saltando a talloni uniti gli ultimi tre scalini e mi proietto fuori con tanta energia che un giorno provo ad attraversare in volo il portone chiuso, ma frantumo solo il vetro con la faccia. Tutto per scodinzolare fuori, sul marmo dell’ingresso, a rinfrescare le cosce sotto i pantaloncini di cotone. Per mettermi a testa in giù contro il muro, con le gambe dritte al soffitto e i capelli che pendono sul pavimento e aspettare che altre gambe si sovrappongano a comporre un fiore sulla parete, fatto di noi bambine.

Da quando una di noi si è rotta il ginocchio cadendo sulle grate – tanto sangue sul suo pagliaccetto – siamo tutte un po’ più caute. E su queste griglie di ferro cerchiamo di non camminarci tanto. Anche perché sotto, nella stretta intercapedine lungo il perimetro del garage – un tunnel buio e tempestoso – ci stanno i maschi, con la testa in sù a guardare sotto le gonne di chi cammina sopra, sulle grate. Che orrore. Che intollerabile sopruso.
In ogni caso, dalla A alla B mi sento al sicuro. Ma se la C è una terra di mezzo, la scala D è la fine del mondo civilizzato. Anche il muretto lì è diverso dalle altre scale – più basso, più corto – segno evidente che non bisogna trattenersi da quelle parti. E poi lì ci sono sempre loro: questa massa di materia pulsante che si muove velocemente, parla a voce alta e gioca tutto il tempo con tutto quello che gli capita a tiro, arredi condominiali compresi. Mentre noi stendiamo i nostri piccoli petali al sole, intonando le nostre corolle all’erba del giardino, loro arrivano come giovani cani appena sciolti e invadono le aiuole, si annusano il sedere, aggrediscono le staccionate, esercitandosi al ringhio e all’uggiolio.
Quando scatta il nascondino maschi-femmine spero non tocchi proprio a me contare fino a venti. Succede. Allora sono Kelly di Occhi di Gatto e mi muovo invisibile tra le macchine e i pilastri del parcheggio. Non respiro perché farei troppo rumore. Nessuna Superga che spunta dietro ruote di Panda può sfuggirmi. Nessuna coda di cavallo. Devo solo cercare di correre più veloce, che quelli sono saette. Ora tocca a me nascondermi. Mi acquatto tra le piante spinose del giardino, dove nessuno cerca. Segretamente, accarezzo l’impresa eroica della tana libera tutti. Sarò la paladina dei perseguitati. La vendicatrice dei giusti. E da domani niente più sarà come prima.
Margherita resterà a casa. Tanto quando la porto si annoia. Finisce seduta malamente su una staccionata, col vestito a pois alzato e i capelli di lana stropicciati, tradita da un color color o da un lupo mangiafrutta. Senza contare che la espongo a un rischio. Potrebbe essere lanciata nel giardino del palazzo accanto. O essere tenuta per la testa sopra una pozzanghera fangosa, da uno qualsiasi di loro. Così, per divertimento.
Non sono cattivi, sono solo maschi piccoli. Sono meno maturi, dice mia madre. E aggiunge più piano che sarà così per sempre.
Certi dopopranzo di luglio, quando le cicale fanno dell’estate una cosa triste, ciondolo sul balcone guardando di sotto. Il cortile è vuoto e silenzioso. Ancora un poco e il videoregistratore me lo dirà, che sono le quattro e la vita ricomincia.
bla bla bla

se invece che radici, fronde

Qualche sera fa, facendo zapping sulla generalista, intercetto su raitre questo Doc3, che manda in onda un ipnotico documentario dal titolo “Il centro” di Stefano Consiglio: “un’inchiesta sulla società del consumismo condotta attraverso interviste nei templi di questa religione: i grandi centri commerciali”, dice il sito Rai. Nel senso che una piccola troupe gira a Porta di Roma e fa domande alla gente che incontra, oltre che estrarre la bellezza da luoghi dove notoriamente non ce n’è, attraverso inquadrature suggestive, un cast rusticamente efficace e una fotografia a tratti straniante, come è il set stesso.
Dopo pochi minuti in cui mi ripeto la solita frase che mi ripeto ogni volta che m’imbatto qualcosa di interessante (perché cacchio non c’ho pensato io?), decido che la visione merita una tazza di earl grey e due tre quattro biscottini. Giusto per gustarmela meglio.
C’è il guerrigliero libico che si è trasferito con tutta la famiglia e tre pallottole nella pancia qui in Italia, dove ora sta bene. C’è l’italiano che ha sposato la marocchina e per lei si è fatto musulmano. C’è la coppia mista, lei nigeriana lui rumeno-turco, che fa shopping perché lo fanno tutti. Vengono al centro per passare il tempo, perché a casa uno non c’ha niente da fare. Vi piace? È una delle domande che rivolge il giornalista agli intervistati. Siete felici? Credete in Dio? I tre ragazzi testimoni di Geova ne approfittano per spiegare perché si astengono dal voto. Ci sono anche le giovani promoter che vendono carte di credito. E io lo so che sono il male assoluto (le carte di credito, non le promoter) ma per un momento me lo dimentico che queste due spingono le persone a comprare cose con del denaro che non possiedono ancora, alterando la naturale fisiologia tra desiderio e possesso (desidero, lavoro per, ottengo) e mi metto a fare il tifo per loro. Non posso fare a meno di augurarmi che la giornata vada loro bene, che ne vendano tante di queste cartacce, perchè se lo meritano. Poi c’è il divorziato che viene al centro perché è solo, che però è anche un ottantenne e anche un ex funzionario della fiat e anche un sindacalista della CGIL dei tempi d’oro e un sognatore scontento, che il centro commerciale non lo ama ma gli è comodo perché gli risolve dei problemi.
La cosa che mi colpisce è che quasi tutti alla domanda più importante, quella sulle cose belle della vita, convergono sulla famiglia e i figli e nominano in qualche modo i soldi. Chi lo fa dopo qualche secondo di corrucciamento del volto, chi lo fa subito, d’istinto, come i romani veraci che però ci aggiungono pure la lazio, che la sera – lo sanno già – vincerà con la fiorentina.
Famiglia e soldi. Spengo la tv con l’idea che le due cose siano intimamente correlate. Che l’essere umano sia irrimediabilmente portato a ricercare la stabilità, con le persone e con le case e con le cose. Non è certo una novità, mi rendo conto. E tra l’altro, come posso dissentire? Ma non posso fare a meno di chiedermi che cosa sarebbe la nostra vita, la vita di tutti, se invece di ricercare sempre e soltanto l’assestamento ci spingessimo verso la scoperta, le altezze, gli spazi nuovi. Se invece che radici, fronde.

avventure, bla bla bla

la lezione di darwin

strisce pedonali
E mentre non so decidermi ad attraversare la strada, lo so, mi investiranno. Non dica di no, stare ferma sulle strisce non è una garanzia. Le zebre non possono proteggermi oltre, non possono farsi carico delle mie tare. Ci credevo proprio, lo sa? Che un giorno sarebbe scattato il verde e avrei seguito l’omino del semaforo dall’altra parte della strada. Avrei messo un piede davanti all’altro, in una marcia solenne e decisa, e sarei passata all’azione, superando per sempre la fase contemplativa. Quello stupido omino ci riesce ogni pochi secondi. E io sono ancora qui, ad aspettare.
Adesso lei dirà che non dovrei cullarmi nelle metafore ma passare oltre. La mia maestra adorava le mie metafore. Lo sa, sono stata un’alunna veramente brillante, la migliore. A scuola credevano che avrei fatto grandi cose. Lo credevano tutti, persino io.
Comunque lo so cosa è stato. Mi ha fregato la storia delle potenzialità. Anni e anni di gente che ti dice quanto sei brava, quanto sei intelligente e quante cose potresti fare. E tutte queste immagini che si radicano nella tua testa, irreali e bellissime, troppo vaghe per essere delle aspirazioni, troppo numerose per essere dei talenti. L’arredatrice d’interni, la giornalista d’assalto, l’artigiana del riciclo, la danzatrice del ventre, la deputata impegnata, persino l’omeopata. Ci può credere? Ho passato anni a concimare queste fantasie. Fogliolina per fogliolina. Lucidavo, facevo innesti, studiavo le stagioni. E quelle crescevano. Poi, mi dicevo, saprò scegliere. Poi, mi credevo, saprò abbandonare le strade cieche. Apparirà la verità e con essa la volontà e la responsabilità delle azioni.
Beh, la verità è apparsa. Ed è che ho due lauree, un master, cinque corsi di formazione e non ho ancora fatto la mia fottuta scelta. Temporeggio, neanche avessi vent’anni. Ho vinto quei concorsi, ma non mi sono presentata. Ho ottenuto numeri di telefono importanti, gente che contava, ma non ho chiamato. Poi, quando hanno chiamato loro, sono stata a guardare il telefono che vibrava sulla scrivania. Camminava tra i fogli, senza una direzione. Se rispondo, pensavo, mi chiuderò tutte le porte ancora aperte. Se rispondo, tutte le potenzialità decadranno all’istante e io non sono ancora pronta a vederle svanire.
S’immagini una grande stazione con decine di treni pronti per la partenza. Riesce a vedermi? Sono lì che passeggio tra le banchine, le mani in tasca, gli occhi ai cartelloni e alle loro promesse di destinazione. Clang Clang – come è robusto questo vagone, potrebbe portarmi lontano. Ma ancora no, un altro poco. Guarda, c’è un altro treno. E questo dove mi porterebbe? E quest’altro? Meglio tenerli tutti qui, tutti insieme, fermi, così potrò scegliere il migliore un giorno.
Ha mai conosciuto una vanità più grande? Una stupidità più organizzata? Più resistente?
Tra un mese compirò trentotto anni. No, la prego, non mi dica che sono ancora giovane. Non lo ero allora, si figuri oggi. La giovinezza è vitalità, azione, attraversamenti pericolosi con il semaforo rosso. Lei mi vede, no? Io vivo sulle zebre.
E comunque non è questa la delusione, d’essere giovane non m’importa più. L’amarezza, lo spreco vero, è realizzare che sono lontana pure dall’essere adulta. Piccola senza essere giovane. Vecchia senza essere grande. In questo romanzo di formazione che è la vita, il mio eroe non sa concludere il suo viaggio. Ha superato qualche prova, ma ha mancato la scena  madre. Si trova così, incompiuto, il puro di cuore che avrebbe potuto sconfiggere il drago, se avesse perseguito.

Nessuno leggerà questa storia. Il tempo è finito. Sento il ticchettio dell’orologio. Lei scuote la testa, ma ora, vede, è veramente troppo tardi. È giusto che mi travolgano, è una cosa darwiniana. Che muoiano gli inadatti alla vita. Che periscano con le loro inadeguatezze, mentre ancora aspettano d’essere pronti.