concept, portfolio

kiabi

Quando l’agenzia pubbliclitaria per cui lavoravo mi ha inviato il brief di questo lavoro: il concept per un’affissione su Roma del brand Kiabi, sul mio volto si è dipinto un bel sorriso. Anche se si è dei professionsiti e si dedica ad ogni incarico la stessa concentrazione, è innegabile che alcuni lavori siano più elettrizzanti di altri. Era il caso di questo marchio di abbigliamento che desiderava un concept fresco e divertente per pubblicizzare la sua promozione “Back to school”.

Mi sono sintonizzata su questo mood e ho pensato a una headline fortemente esortativa, che intende spingere il target all’azione immediata (sbrigati, che la promozione finisce!). Il verbo acchiappa strizza l’occhio al visual, richiamando l’acchiapparella a cui sembra stiano giocando i bambini dell’immagine, e dona dinamicità e allegria al messaggio.

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naming, portfolio

Isidore, storia di un naming

Ormai lo sapete, un naming anonimo non se lo ricorda nessuno. Un nome interessante, invece, è indimenticabile. O almeno non è simile a nessun altro. Racconta la specificità di un prodotto, i benefici che può portare nella vita di chi lo sceglie. E lo fa in modo accessibile, comprensibile a tutti, per non perdere neanche un’occasione di fare amicizia.

Vi racconto la storia di questo naming, nato qualche anno fa:
il cliente aveva bisogno di un naming per un servizio di internet corner wifi. Un naming semplice, che potesse poi essere declinato per i diversi contesti commerciali nei quali si attivava il servizio web. Il servizio in sè era semplice da identificare ma la vasta offerta del settore tecnologico informatica aveva di molto saturato le possibilità linguistiche. Qualsiasi formula pensassi, esisteva già. Oppure non esisteva come prodotto ma esisteva come dominio e quindi, allo stesso modo, non era utilizzabile.

Così, ho pensato a un nome proprio, un nome di persona, da associare a un personaggio creato ad hoc. In questo modo, avremmo potuto identificare in modo amichevole il servizio internet, attraverso un testimonial unico. Il nome però doveva avere un significato capace di esprimere le caratteristiche del prodotto. E ovviamente suonare bene all’orecchio.

Mumble mumble…

Ed ecco Isidore.

Semplice e calzante: Isidore, [ˈɪzɪdɔː(r)], si legge infatti come easy door, [ˈiːzɪ] [dɔː(r)] ovvero facile accesso.Il naming diventa quindi anche la promessa del servizio: una connessione senza problemi alla rete internet.


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portfolio, testi pubblicitari

Passata inosservata? No, grazie

Quando il cliente per cui ti trovi a scrivere è un’agenzia pubblicitaria, i giochi sono diversi. Spingere il pedale sull’acceleratore della creatività è d’obbligo, anche per mostrare di cosa è capace il team dell’agenzia.

Questa cartolina era destinata a una selezione di aziende del comparto food, per promuovere servizi di branding indentity e restyling del packaging. I testi pubblicitari che ho realizzato danno voce a una immaginaria bottiglia di passata di pomodoro, “passata inosservata” per via del suo packaging poco attraente.

“Passata inosservata matura l’idea di un crudo suicidio e si getta dallo scaffale del supermercato. Erano settimane che soffriva in silenzio su un gelido ripiano, bramando il fondale rovente di una padella. Rossa di rabbia, assisteva al successo dei suoi concorrenti; persino i pelati attiravano più clienti di lei, concentrata in una confezione anonima.
Termina così l’aspra vita di una vellutata di pomodori. Sognava di spandersi su valli di fettuccine e dominare tavole mediterranee. Ma il suo aspetto insipido l’ha condannata e ormai per lei non è più tempo di farfalle.”

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bla bla bla

are you sure?

In macchina all’estero, da sola. No, non ho paura. Si, mi ricordo la strada per tornare all’hotel. No, non è un problema. Sì, faccio presto. Voi state pure qui che io esco a prendere un po’ d’aria. E invece poi la strada non la ritrovo. Non riesco a ricordare dove ho lasciato la macchina. Era un parcheggio grande, di quelli a pagamento. Credevo di aver svoltato a destra ma no. Sarà più avanti. Possibile che sia andata così lontano? Era un multipiano, come me. Tanti spazi, tanti livelli.

Va bene, chiedo. Chiedo informazioni al primo che passa. E passa lui. Bellissimo, di una giovinezza commovente, quasi dolorosa, imparagonabile a nient’altro che a sé stessa. Excuse me, i’m looking for a big parking. It must be nearby…

Mi sorride. È luminoso. Non fuma. I suoi denti sono bianco latte, brillanti e regolari. Oh yes, it’s there. Ma poi non è sicuro, muove i suoi occhi chiari sull’orizzonte ma non ricorda. Fa qualche passo, mi dice Please, wait a moment here. Aspetto, tanto che può succedere? Sento caldo, è l’estate più rovente del secolo per questa città. Aspettavano me. Mi siedo su una panchina di ferro, le cosce scottano contro il metallo bollente. Le sollevo d’istinto in un riflesso protettivo. Un riflesso protettivo. Lui si è allontanato ma la sua sagoma è sempre qui davanti agli occhi.

È magro, dev’essere uno sportivo, anche se non ha il classico corpo dell’atleta. Dalla t-shirt si intuisce un dorso asciutto, leggero. Ha i capelli corti, di un biondo strano, che ho già visto in questa città. Torna. Sorride e dice che Sorry, i couldn’t find it. Non fa niente ragazzo, lascia perdere. Chiederò a qualcun altro. A quella signora lì per esempio, laggiù con la spesa. Sto per dirlo. Lui si acciglia, contrae le sopracciglia chiare, piccole rughe glabellari si formano e si distendono immediatamente, appena dice che mi accompagnerà lui. Come with me. E mi tocca lievemente una spalla come a rassicurarmi, a invitarmi, a conturbarmi.

Camminiamo, osservo la sua nuca, il modo pittorico in cui il sole dipinge un fugace riflesso ramato tra i suoi capelli. Devono essere morbidi. Ogni tanto si ferma e si guarda intorno. Io dietro, radiocomandata. Ogni tanto lui si volta e mi mostra i suoi incisivi perfetti, io lo seguo fissandogli le spalle magre nella t-shirt azzurra, la schiena diritta che termina nelle tasche dei pantaloni corti. Camminiamo dieci minuti – o dieci ore – e non c’è traccia del mio parcheggio. Non riconosco nulla, non ho più punti di riferimento. Non avevo una borsa con me? Non avevo comprato qualcosa? Per quale ragione sono uscita allora? Le chiavi della macchina ce le ho, non le ho perse. What? No, there wasn’t a fountain. O forse c’era? Si ferma a bere a una fontanella, si china. I pantaloncini si sollevano a scoprire i quadricipiti asciutti. Guardo altrove, un bancomat, una lavanderia a gettoni, un cane che fa la pipì. Mi sorride di nuovo. Fa caldo. Aren’t you thirsty? Certo che sono assetata. Non sai quanto. Bevo, i miei sandali scamosciati si punteggiano di gocce scure. Lui si asciuga la bocca con il dorso della mano. Adesso gli dico di lasciar perdere, prendo un taxi e torno a casa. Userò il satellitare, recupererò l’auto con le coordinate e basta.

Mi guarda, non dice nulla. Forse sa che non possiamo. Forse non ha nulla da dire. Da uno zaino tira fuori una mela. Rossa. Me la porge. Cos’è, un episodio della genesi? No, grazie. Per carità. Così la addenta lui, do you mind if we stop for a while? It’s so hot. No, non mi dispiace. Basta che è solo un poco. Ci poggiamo con le schiene contro un albero, sotto le sue fronde lussureggianti c’è l’unica ombra della strada. Poco più avanti ci sarebbe un lounge bar ma restiamo lì. La luce filtra attraverso le foglie. Mi viene in mente un quadro di Renoir, che ho visto con M. a Parigi. La mela dev’essere succosa. Fresca e succosa. Deve sapere di buono e d’estate. E di questa città che nasconde i parcheggi a pagamento tra i palazzi. Da dove vengo? Da lontano, da prima, da altrove. Ciao. Devo andare. Devo proprio andare. E sono tutte così belle le donne che vengono da lì? Donne. Ha detto donne. Non ragazze. Donne. È differente women da girls. Mi spolvero il tailleur e basta. Cosa devo dire? La mela è finita. Torna alla fontanella a bagnarsi il viso. Minuscole perle di sole scintillano sul suo mento, sulle labbra. Andiamo. Dove? Ancora? Lo seguo.

Pochi metri e svolta a destra. L’ho già visto quel ristorante con i tavoli all’aperto? Look! Mi indica un grande cartellone che ci avvisa che tra 500 metri c’è un parcheggio, il mio parcheggio. Sorride. Ancora quegli incisivi di diamante. Si aspetta qualcosa da me. Grazie, gli dico. Thank you so much. Adesso vai. Per favore. Le vedi le chiavi qui, che tintinnano? Lo vedi il portachiavi a forma di cuore? Lo vedi? Ma no, mi dà una pacca sulla spalla. Troppo forte, se ne accorge subito. Allora ci aggiunge una carezza lieve, sempre sulla spalla ma più verso il collo, sulla pelle nuda. Camminiamo ancora, il marciapiede è largo e ombreggiato. Il cubo grigio del parcheggio è vicino, posso già riconoscere le sbarre gialle che si sollevano e si abbassano. Dove andrò adesso? Me lo chiede quando manca ormai pochissimo all’ingresso. La biglietteria automatica per i pagamenti è giusto a pochi passi. Home. I’ll go home. Oh. Tace un poco. Chiude gli occhi. Li riapre addosso a me. Are you sure?

Mi viene da ridere. E da piangere. Ciao, lo saluto con la mano. Vado via velocemente. Poi mi volto, gli dico thank you con le labbra. Lui resta fermo a guardarmi mentre mi avvicino alla biglietteria automatica. Si poggia alla parete di mattoni rossa. Dev’essere rovente. Il suo piede è abbronzato. Si infila le mani in tasca. 29 corone e settanta. No, non la voglio la ricevuta. Dammi solo quel fottuto bigliettino per allontanarmi da qui. Dal vetro del box lo vedo ancora. Sta fermo e guarda verso il garage. Verso di me. La macchina sta al secondo livello, questo me lo ricordo. Area B1, subito accanto all’ascensore. È fresca, ma io no. È pulita, ma io no. Mi aggrappo al sedile del passeggero mentre mi volto per fare retromarcia. Il seggiolino di L. e dentro Ondina, il suo pesciolino fuxia.

Pochi secondi e sono fuori. La radio è altissima. Non sento niente mentre scendo la rampa a chiocciola. Mi gira la testa. Il caldo, certo. Esco da dove sono entrata e lui è ancora lì. Mi saluta con la mano. È di fronte a me, sul ciglio del marciapiede, e le sue labbra mi dedicano parole che non saprò mai.

bla bla bla

she’s leaving home, bye bye.

Eravamo in macchina, fermi vicino al mare. Era una notte leggera, di pizze napoletane e birre fredde e racconti. Raccontavamo le curve lavanda dell’ultimo viaggio, i canyon verdoni che avevamo appena attraversato, i formaggi che avevamo mangiato con le mani. Con loro. Sempre con loro in macchina. E anche dopo, quando la radio non c’era ma c’eravamo noi stonati sulla spiaggia. Sempre con loro. Eravamo in piena sfolgorante incontenibile beatlesmania. Quello che ora è un amore profondo, un piacere che affonda dentro, era allora una gioiosa infatuazione. Una sensazione di ebbrezza e di rivelazione, della serie come ho fatto fino ad oggi a vivere senza di voi e come mai nessuno, dico nessuno, mi ha mai detto quanto eravate grandi. Quindi eravamo lì, finestrini abbassati e musica alta e credo di poter giurare che avevamo anche gli occhi socchiusi quando successe che io, inaspettatamente, la vidi.

Scendeva le scale stringendo un fazzoletto. Tutta tesa a poggiare solo la punta delle scarpe da ginnastica sulla moquette consumata. Niente talloni che fanno rumore. Niente talloni, che questa non è una discesa qualunque. Mentre scendeva lieve, le foto di famiglia alla parete la osservavano. La bambina che spegneva 5 candeline la guardava attonita. Suo padre stava per lasciare andare la grossa carpa che teneva per la coda e afferrare lei per il gomito. Sua madre sollevava il velo da sposa confusa da quello che stava osando la sua bambina. Lei si voltò dall’altra parte, sottrasse il volto ai volti, e rapidamente scese in cucina.

La lettera l’aveva lasciata sul letto disfatto. Io la vedevo. L’aveva scritta con un pennarello blu, di quelli indelebili. Le macchie blu sulle sue dita gliel’avrebbero ricordata per giorni. Un baleno d’infanzia: seconda elementare, i suoi disegni troppo saturi e gli sbuffetti di pennarello che le coloravano le mani fino ai polsi. Le parole giuste le aveva cercate sul diario per settimane. Sono troppo giovane per restare./ Ci sono cose che i vostri soldi non possono comprare. / Ciao, vado a vivere. Lori le aveva sbirciate al di sopra della sua spalla e aveva scosso la testa, con la solita aria di sufficienza. Non ci credeva, era chiaro. Nessuno c’avrebbe creduto. Quasi quasi non ci credeva neanche lei. Però era un mercoledì mattina alle cinque e lei lo stava facendo. È vero, le avevano dato la maggior parte della loro vita. Ma solo perché non avevano altro. È vero, li stava trattando senza alcun riguardo, ma non si può vivere pensando sempre agli altri. Suo padre russava. Lei stava lasciando casa e suo padre russava. Lo prese come una conferma, la riprova che ne aveva diritto, che niente era più legittimo di quello che stava facendo.

Aveva preso il suo zaino più grosso e l’aveva riempito fino a forzare la zip. Io l’avevo vista. Voleva che pesasse, che le segnasse le spalle come segnava il suo destino. Voleva che fosse faticoso e quindi ancora più eroico, spingersi in strada di notte, lasciare la sua casa, quel giorno. Non era lontana, in fondo, la statale. Una giornata di cammino e l’avrebbe raggiunta. Lì sarebbe saltata sul furgone di lui, fino al confine dello stato. Poi, sarebbe andata avanti da sola.

In cucina, il grosso zaino si appigliava alle cose. Mentre frugava del pane in cassetta, quello spazzava il bancone, sradicava i barattoli dal loro letto di radici nel marmo. Quello dello zucchero, in scivolata, era finito in area sale grosso. D’istinto, fece per riposizionarli al solito posto. E d’istinto ancora, prese a invertirli tutti. Lo zucchero al posto del sale grosso. Il caffè al posto del sale fino. Il riso al posto del pianto. E mentre li spostava, li scoperchiava per vedere in faccia le carte che scompigliava, l’ordine opaco che destabilizzava.

La maniglia della porta sul retro scivolò leggera quando la toccò, la sfiorò appena e quella si arrese subito, morbida. Fuori l’aria pungeva di freddo e di adrenalina. Era fiera, la notte, di trovarla lì. Io la vedevo. La salutava con un inchino, la tirava per la sciarpa, con dita di bruma. Vieni fuori, baby. Dai, che ci divertiamo. Il grosso zaino s’impigliò un’ultima volta alla maniglia. Quella che prima le aveva reso tutto facile, senza opporre il minimo cigolio al suo abbassare, ora sembrava trattenerla o almeno ci provava. Lei si fermò, l’orecchio all’interno e il cuore già fuori, scagliato nella notte e nell’avventura. Qualche secondo ancora di sospensione, di cuore tra i denti, di sedici anni purissimi e poi, finalmente, con uno scatto di reni, si districò. Non camminò sul vialetto ma sull’erba umida. Eppure sentiva il rumore dei suoi passi sulla ghiaia del vialetto, inconfondibile. Era dentro l’istante perfetto, nel più giovane capitolo della sua esistenza e si vedeva da fuori, al rallentatore, inquadrata dal basso.

Credeva che da un momento all’altro l’avrebbero riportata indietro, credeva che la porta si sarebbe spalancata di colpo e che un faro di luce si sarebbe acceso su di lei, intercettandola nella sua scena migliore, quella della fuga. Credeva che a un certo punto l’orizzonte si sarebbe contratto sui suoi passi, togliendo prospettiva al suo cammino. Ma non successe. Arrivò alla fine dell’isolato e poi ancora alla fine di quello successivo. Venerdì mattina alle nove era già lontana. Io la vedevo ed era bellissima.